La mia Arte
IL MIO SENSO DELL’ARTE
Arte come espressione
Capacità, emozioni, cultura e immaginazione trasformano il mondo in un’espressione personale, leggibile e autentica.
Uno stile riconoscibile
Forme essenziali, geometrie e superfici mosse costruiscono un linguaggio figurativo personale, armonico e contemporaneo.
Ricerca e manualità
Studio, esperienza e sensibilità guidano il gesto creativo; tecniche e tecnologie restano strumenti al servizio dell’idea.
Non ritengo che l’Arte oggi debba esprimersi solo attraverso espedienti creativi estremi. Fare Arte è, e sarà sempre, un’elaborazione mentale del mondo che ci circonda. Astratto, figurativo o astrazione del figurativo: tutto va bene, purché vi siano graduali innovazioni, buona originalità e personalità. È risaputo che si può chiamare Arte l’insieme di capacità, emozioni, cultura ed immaginazione possedute da ogni artista vero. Questi sono i talenti da possedere perché sia artistico ciò che un autore produce e presenta.
Allontanarsi da questi principi significa smarrire l’identità dell’artista, rendendolo irriconoscibile; attraverso gesti, installazioni, performance o assemblaggi si finisce per distaccarsi dal senso stesso dell’espressione umana. Le opere non devono essere spiegate con le parole, ma visivamente, con le forme e i colori: sono essi che devono parlare alle persone, con forza e contenuto. Inoltre un filo conduttore e un’impronta esclusiva della propria personalità sono apprezzabili motivi di riconoscimento dell’artista.
Cercare lo stupore a ogni costo, l’esasperazione, l’unicità o lo scandalo sono retaggi del Novecento — una lunga parentesi rivoluzionaria ma transitoria che non ha rispecchiato né anticipato realmente l’evoluzione della società. Questo approccio ha condotto inevitabilmente alla distruzione della vera creatività: quella meditata, fondata sulla ricerca, sull’impegno e sulla cultura, per lasciare posto ad una tendenza costante verso il nulla più assoluto.
La vita oggi non si riconosce nell’arte; in certi ambienti, dove sono richiesti modi estremi di fare opere, si perde il filo logico e storico dell’umanità. Se guardiamo la musica la troviamo attuale e reale, il cinema mostra storie di vita umana; la letteratura racconta storie comprensibili, così come la poesia: perché l’arte non può avere uguali intenti? Perché ad essa viene preteso di apparire curiosa, confusa, stravagante, illeggibile? Andare a caccia di stimoli in terreni incolti significa abbandonare l’eredità di secoli di crescita artistica: l’evoluzione è fatta di aggiunte, non di sottrazioni. Solo attraverso questa consapevolezza l’Arte non morirà mai.
Un’Arte ridotta a freddo investimento economico o a puro sensazionalismo alla ricerca di visibilità ha vita breve: è un edificio privo di fondamenta. Scriveva il filosofo Schopenhauer: “La fama che diventerà gloria postuma è come una quercia, che cresce molto lentamente su dal seme; la fama facile, effimera, somiglia alle piante annue, che crescono in fretta, e la fama falsa alle erbacce, che spuntano ancor più in fretta e vengono subito estirpate.”
La continua ricerca di armonia, di estetica e di forme nuove richiede maturità creativa, grande impegno e sensibilità. Le tecnologie e i nuovi materiali devono essere strumenti al servizio degli artisti, utili però solo a presentare al meglio l’espressione delle idee. L’Arte nasce dal cuore e dalla mente: è una ricchezza interiore che si manifesta attraverso le infinite sfumature della personalità umana. Neppure il sovraccarico di colori e forme conduce all’intento di comunicare un pensiero: meglio esprimere un concetto in modo semplice, leggibile e comprensibile; è la via più breve e diretta per raggiungere il contatto con l’osservatore, anziché seguire la stessa strada attraverso un percorso arabescato. Arricchire oltre l’essenziale un’idea può solo appesantirla, senza offrire quel qualcosa in più che si cerca di esprimere. Siamo in un tempo in cui il messaggio deve imprescindibilmente raggiungere l’obiettivo con rapidità travolgente.
Per seguire questa visione, come artista, ho scelto uno stile ridotto da orpelli, privo di dettagli e particolari superflui, puntando all’essenza e alla freschezza d’insieme, anche su forme complesse appartenenti all’argomento trattato. Per questo fine svolgo il disegno (e successivamente il modellato dei miei lavori) con superfici che appaiono rotte, spezzate, come materie rigide piegate, così che le varie rotondità siano interrotte, divise e attraversate da fenditure più o meno nette. Linee che rafforzano e non tolgono il senso della raffigurazione: lo orientano. Gli spazi si spianano alquanto, ma ciò che perdono in figurazione lo riacquistano in vigore stilistico, trasmettendo un senso di modernità più sintetica. Le divisioni diventano indicative, ritmano le anatomie, i volumi, le direzioni, come fautrici di tutte le necessità della composizione. Scandiscono le proporzioni, distinguono le forme, slanciano l’opera con respiro strutturale. Le varie forme appaiono, da una prima osservazione, tese, rocciose, sempre geometriche; osservando meglio l’insieme ci si accorge che i collegamenti delle superfici piene sono scanditi da linee curve non tracciate ma intuibili; le racchiudono in cerchi, ellissi e ovali; cioè parabole che creano i perimetri interni od esterni, indispensabili per un risultato di armonia totale. L’insieme che ottengo è sempre un figurativo ma stilizzato, alleggerito, fresco. L’uso appropriato di forme geometriche dà ritmo e vibrazione, attrae, mostra dettagli modellati pregevoli, differenzia le luci dalle ombre. Il tocco personale, l’impronta manuale e il tratto segnato con attrezzi mostrano il lavoro dell’autore, compresi i ripensamenti e le correzioni: valori aggiunti, virtù che consegnano maggiore qualità all’opera.
Ecco l’auspicio: donare all’estimatore un prodotto senza accattivanti effetti scenici, ma puro e sincero. Per fare questo sono necessari disegni, ricerche, vari passaggi di perfezionamento, comprese verifiche al computer con opportuni rimaneggiamenti e proporzionamenti modulari. Essere stato un abile disegnatore ai tempi dell’Accademia era un traguardo, un’esigenza e anche una sfida di abilità con se stessi e con gli altri. Valore oggi non più apprezzabile, la tecnologia lo fa meglio e prima, pur non lasciando quelle tracce di errori e successive correzioni che ne davano umanità. Anche l’avvento della fotografia, nell’ottocento, cambiò il modo di fare arte: i ritratti, i paesaggi dettagliati e minuziosi dipinti fino ad allora erano stati soppiantati dalle foto, prima in bianco e nero, poi col colore, per passare ad una miriade di miglioramenti grafici sempre più perfetti. Obsoleti dunque quei quadri, e gli artisti potevano solo interpretare ciò che vedevano, filtrare attraverso la loro personalità visi e ambienti, per non concorrere con la potente visione fotografica. L’avvento recente dell’informatica e dell’IA ha cambiato ancora una volta le tecniche, anche se non si può confrontare con l’umanità del prodotto mentale umano. In ogni caso dovrebbero essere consultati solo dopo aver ottenuto il gesto creativo, come supporto. L’autore deve comunque saper disegnare, dipingere, modellare. Sarebbe paragonabile ad un musicista che non sappia leggere le note o il regista che non conosca le sue apparecchiature di ripresa. L’imperfezione dell’artista resta un pregio, un segno distintivo che offre umanità all’opera, quell’impronta unica, inimitabile che supera la fredda perfezione tecnologica e consegna quel contributo insostituibile dato dal cuore umano.
La trasposizione di una forma in un materiale nobile richiede più passaggi tecnici che completano il percorso: che si tratti di bronzo, marmo, resina o altra materia durevole. Il basamento di una scultura è come una cornice per un quadro: ha il compito di valorizzarla, sia esso in marmo, legno, vetro o altro, con proporzioni e stabilità, con una forma propria o come estensione dell’opera stessa. Dipingere, per me scultore, è dare colore ai bozzetti disegnati, tradurre in tinte argomenti destinati a forme tridimensionali; collocare un monumento, un bronzo, un marmo, una ceramica in ambientazioni inaspettate, sospese, libere dal loro gravare, per fluttuare in spazi alternativi e improbabili.
Le installazioni e l’arte povera sono evidenti deviazioni del corso del fiume artistico. Appartengono a quel filone di ricerca che approda nelle biennali, dove propone argomenti di effetto scenico, a volte teatrali, ma deperibili, finalizzati allo stupore ma di improbabili collocazioni e vendita, di sicuro privi di carico storico.
Per affermarsi artisticamente ed essere segnalati da chi gestisce le cose d’arte è richiesta quasi interamente la capacità di intraprendenza e di gestione dei rapporti sociali ed economici che l’autore determina intorno a sé. Abilità nel far credere di alto pregio ciò che viene mostrato, spiegando con termini ridondanti e con riferimenti ad altissime eccellenze culturali, ciò che possa elevare il livello dell’idea presentata. Ne consegue che non è il manufatto a dire che cosa esso stesso rappresenti ma tutto un apparato di argomentazioni estranee o marginali. Se in passato a parlare era solo l’opera, oggi sono le critiche ben costruite, sono le parole altisonanti, sono gli involucri ben confezionati. Cosa succede di conseguenza? Che un acquirente non stima più -per suo incanto- un’opera d’arte, non risale più al percorso dell’autore, ma si affida all’”esperto” che indica quella più promettente per crescita economica, per il più mero investimento. Crollano così tutti gli sforzi dell’artista di presentare un prodotto di alta qualità, per lasciare il posto a esecuzioni il più possibile appariscenti in dimensioni e colori, con tematiche che di artistico contengono poco più di nulla. Lo sforzo costante di cercare idee valide viene reso vano da una miriade di banalità grafiche, proposte incoraggiate e sostenute da quella schiera di venditori e critici sopra citati, che ne esaltano i vantaggi economici. Si va così verso una non arte, fatta di intenzionali forzature, di uso virtuale della grafica, di uso massiccio dell’intelligenza artificiale. Un’arte come investimento, da tenere in cantina o in banca, e non orgogliosamente mostrata. Un metodo spesso avvilente per un artista, solo un tornaconto economico di chi se ne avvantaggia, non quello espositivo finalizzato all’ammirazione pubblica, come in origine nell’intento dell’autore.
Valutare il costo di un quadro dalla sua lunghezza e altezza è ugualmente deprimente, significa non considerare i contenuti che rappresenta ma le dimensioni (non troppo piccole, non troppo grandi). Prezzarlo a metraggio nasconde la povertà culturale di chi lo pratica; esso dribbla il buon gusto, l’impegno, il contenuto, l’originalità, e punta solo al valore economico. Induce l’artista a sottostare alle regole di certi mercanti, presi solo dai loro introiti, incuranti di compensare in modo adeguato l’autore, elargendo promesse di successo futuro che restano molto spesso inconsistenti. Sembrano tutti uniti in una cospirazione, in cui il mercato fissa i prezzi su ciò che definisce nuova arte, la promuove, la risalta, la valuta, la critica, la innalza agli altari… ma a vederla bene appare spazzatura, solo un nulla più assoluto; fa insorgere il sospetto che si stia nel bel mezzo di una grande truffa nella quale tutte le parti contribuiscano pur non comunicando tra loro.
Da queste riflessioni deduco che il successo oggi di un artista dipenda unicamente da quanti soldi lui sia in grado di elargire, l’autore o chi per esso; cioè non di ricavare ma di spendere. Col danaro si può diventare noti, si possono fare opere grandi che non restino sulla carta come bozzetti, si possono preparare esposizioni importanti in luoghi importanti, e mostrarsi ad acquirenti importanti. Creano fiducia e affidabilità, sostenuti volentieri da critici di fama ben pagati che ne lodano le qualità. Tutto si espande, tutto prende a funzionare. L’artista prima depresso ed incompreso diventa brillante, saturo di qualità; presenta gli stessi lavori ma ora sono arte indiscussa, lodata, ricercata. I galleristi si accorgono del personaggio e lo presentano come una loro scoperta, orgogliosi di esporre i suoi pezzi in galleria. Dunque il passare da sconosciuto a grande artista ha solo un segreto: una grande disponibilità economica di partenza; il talento aiuta, conferma, ma non è indispensabile. Quando succede di incontrare un buon mercante o mecenate questo fa la differenza. Trovare nelle gallerie, nei giornali, sui social parole eccelse su opere mediocri non è raro, addirittura il brutto prevarica sul bello. Il condizionamento degli esperti porta il pubblico a convenire che si tratti di Arte, quella quotata, quella su cui investire. Le persone in cuor loro sentono che non è così ma, se lo dice espressamente un critico, dev’essere proprio così.
Certe persone che fanno arte tendono a mostrarsi in modo consono anche nel loro aspetto. Essere eccentrici nel vestire o nei lineamenti non è peculiare per farne un artista; spesso proprio queste esteriorità tradiscono i reali contenuti del loro stile, carente o forzoso nella sostanza. Gli artisti strambi, estrosi, lunatici, singolari o pazzi non contribuiscono maggiormente a produrre arte valida, anzi…! Lucidità, idee e creatività unite tra loro possono esprimere meglio ciò che si ha nell’animo. In fondo la ricerca è solo interiore, è esternare quel fuoco dell’animo per capirsi e farsi capire, per rivelare a sé stessi e agli altri -nel concreto di un’opera- quel sentire, quell’inquietudine, quella sete di palesare il tesoro che si ha dentro. La creatività vera richiede tempo; è fatta di solitudine, di ricerca interiore, di chiamata all’appello di tutte le conoscenze, le emozioni, le sensazioni di vita, tenute nel proprio archivio mentale. A questo punto cosa succede? L’artista puro filtra, connette, incrocia i dati e raduna -con la sensibilità che possiede-, riordina gli elementi utili per trovare soluzioni artistiche ottimali. Quel misterioso momento in cui prende forma un desiderio, un’idea vaga, o nebulosa. L’idea passa così sulla carta, a fissare un momento magico, anche se è solo un abbozzo. Il gesto creativo è raggiunto, trovato, afferrato. Ciò che segue lo è sempre meno, è ragionamento, calcolo, misurazione, correzione, rifinitura. Dunque creare è mettere insieme, rielaborandoli, parti degli infiniti pezzetti nella memoria; la capacità di dare un’interpretazione a cose normali, per dare vita ad una nuova composizione, privata di riferimenti diretti su altri artisti. Il difficile sta proprio nel distinguere ciò che è già stato, scartarlo e trovare qualcosa di mai visto prima. Ecco cosa intendo per cultura. Il sapere che al di là di ciò che esiste già al mondo questa sarà un’espressione nuova, originale. -Nulla si inventa che non sia stato già fatto-, vero, ma come viene fatto fa la differenza. È unico il risultato dell’autore, perché unico è esso stesso. Senza cultura non si può procedere, il sapere è intrinseco alla creatività, è il mezzo potente che offre un’ispirazione vincente. Il talento deve rivelarsi attraverso la personalità, lo stile proprio.
Nel lontano passato non era in uso firmare un’opera, a volte c’era solo un segno inciso o dipinto. Ora si può risalire all’autore dal suo stile o da un dettaglio, a volte trascurabile, anche supportati dalla tecnologia, dai raggi X, dalle scansioni, dalle analisi di laboratorio e altro, se ne dimostra la paternità. Lo stile è ciò che fa la differenza. Anche la coerenza stilistica e le ricerche innovative dell’artista aggiungono valore al suo curriculum.
Quando nella scultura il segno evolve, aggiunge nuovi risultati alle ricerche modellate, si somma ai precedenti, per dare man forte alla linea intrapresa; è sempre una crescita interiore, un rafforzamento che arricchisce dentro e lo esterna sulla materia. La riflessione meditata aggiunge più elementi nel passaggio da un’opera ultimata a un’altra che sboccia; essa può essere di sottrazione o anche di aggiunta ma lo stile dell’artista resta inconfondibile. Se ne deduce che imitare i metodi dei propri avversari non porta al successo; per far sì che la propria unicità venga affermata, deve essere cercata e trovata dentro di sé, tra gli angoli della profondità dell’animo. I temi non sono infiniti, lo sono i modi con cui vengono interpretati dai singoli artisti. Raffinare la sensibilità conduce a individuare meglio gli elementi che potranno essere utili per il lavoro nascente, quei dettagli che da soli sono senza senso; accostati ad altri edificano la struttura della forma; il loro collante è a dir poco misterioso: sono sensazioni, intuizioni, segnali impalpabili. Nozioni che provengono da studi passati di vario tipo, dalla filosofia alla geometria, dalla Storia dell’Arte alla matematica, dalla destrezza manuale alle tecniche artigianali, dalla chimica alla toreutica. È fondamentale conoscere bene ciò che viene impiegato per la realizzazione di un’opera, tecniche e materiali permettono una fluidità di percorso che la fanno esprimere al meglio, al pari di un pilota automobilistico che deve conoscere bene il funzionamento del suo motore.
Il progresso, le scoperte, la tecnologia, l’intelligenza artificiale, le sostanze nuove permettono maggiori sviluppi delle idee e le loro esecuzioni. Le macchine, sottintendendo anche i robot, possono riprodurre fedelmente un bozzetto, ingrandirlo, su marmo, o su altro materiale. Effetti straordinari sono anche dati dalle nuove resine, nei colori e nella resistenza. Addirittura si può creare una scultura partendo da un semplice bozzetto disegnato su carta, col chiaroscuro, col colore che si vuole appartenga al materiale scelto, con passaggi di effetti tridimensionali a 360 gradi. Le possibilità di presentare in un’ottica rinnovata un’idea oggi sono vaste e di grande effetto scenico. Come si può apprezzare una scultura dal materiale scelto? Col buon gusto, con la tonalità più opportuna, anche audace, ma non prevaricatrice sulla forma, valorizzante e non distruttrice. Come già detto la base, che sostiene l’opera e la tiene salda, ha anche un alto valore estetico, con adeguate proporzioni e forme, possibilmente in dialogo con la scultura.
Per affermarsi come artista ed essere conosciuto nel mondo ci vuole la combinazione di vari fattori: Avere acquisito una personalità ben riconoscibile, avere dei validi contenuti da mostrare in idee e forme, -possibilmente saper fare, oltre la mera ideazione- essere conoscitori delle tecniche di esecuzione, seguire l’iter in laboratorio, seguire la presentazione delle opere in base alla propria visione, con luci, piedistalli e contrasti, volti ad esprimerla al meglio; avvicinarsi il più possibile all’aspetto immaginato nel proprio animo. Far sì che sia visionato da intermediari che la promuovano e, come detto sopra, da larghe disponibilità economiche.
Ma tutto ciò non completa gli strumenti per potersi affermare, compreso il talento; manca un elemento spesso essenziale: il Fattore Fortuna. Questo aspetto della vita di un artista può anticipare e muovere l’ago della bilancia verso la popolarità o far ristagnare tutta la sua produzione in un’attesa speranzosa e piena di incognite. La fortuna è quel qualcosa che sta tra l’occasione, la combinazione, la casualità, il momento giusto. È quell’innesco che accende un percorso di fuoriuscita dall’anonimato e lo fa aprire al mondo. È un momento magico, spesso inaspettato che fa dare all’artista -fino ad allora al pari di migliaia di colleghi bravi ed impegnati- quel propulsore che lo proietta nel mondo dei favoriti. Ciò che prima rischiava fortemente l’oblio diventa una rivelazione, una scoperta, una forza inarrestabile verso la notorietà; conseguentemente le prime entrate economiche gli permettono di poter costruire dai bozzetti, renderli sculture, ornarle e presentarle nel migliore dei modi. L’artista cerca gli acquirenti e viceversa; compaiono coloro che desiderano possedere una sua opera, che darebbero il doppio del valore pur di far proprio un suo pezzo. La felicità per un autore sta proprio in questo, vedere apprezzate le proprie opere non solamente come critica ma materialmente, consegnando un prodotto che può dargli quello che in precedenza era solo un sogno: in una parola -l’eternità-. Per questa speranza gli artisti si impegnano così tanto a trovare la strada per l’affermazione. Un percorso colmo di difficoltà, estremamente selettivo, una montagna erta e scivolosa da scalare, con forze che spesso vengono a mancare o per scarse risorse economiche, per dubbi sulla validità della sua produzione o per sfiducia, per scetticismo o poca ambizione. Anche per essere rimasti aggrappati a visioni provinciali, nei cui ambiti si muovono meglio, accontentandosi di piccole mostre personali o collettive in questo o quell’ambiente, in una cerchia di amicizie locali che sostengono le sue modeste aspettative. Ben altro è necessario per emergere, ma essenzialmente la Fortuna contribuisce in larga parte alla riuscita degli obiettivi, fa sì che si realizzino i sogni di chi si ritiene pronto e preparato al grande passo.
Ma cos’è il grande passo? Accettare oneri ed onori derivanti da un’esposizione dei propri lavori ai commenti e critiche del pubblico. Essere disponibili a lavorare per preparare, ultimare e consegnare le opere, fare mostre, viaggiare, avere contatti costruttivi con galleristi e critici, avere quel fuoco dentro che fa vincere le difficoltà e le delusioni. Avere consapevolezza di essere fornito di requisiti artistici potenti, di dare, ma anche di poter ricevere. Il sapere di valere si raggiunge non con la cresciuta approvazione da parte del prossimo ma constatando che la recente produzione è sempre più alta qualitativamente di quella del passato, sia per una evoluzione culturale che tecnica o contenutistica, che estetica. Sentirsi di valere si avvale di uno sguardo voltato indietro ad osservare tutto ciò che si è prodotto negli anni, dai primi incerti tentativi -solo ricerche estetiche acerbe e relativamente povere di contenuti- passando poi alla concentrazione massima interiore, a cercare quel mix tra idea plastica, estetica e concettuale che insieme costruiscono le parti iniziali di una forma nuova. Disegni su disegni rifiniscono i contorni, sentono la tridimensionalità, la fattibilità, i pesi estetici, la stabilità, i costi, le dimensioni finali, la collocazione ideale. È essenziale avere padronanza delle tecniche di preparazione, conoscerne i limiti strutturali, le proporzioni, l’originalità; tutti fattori che saranno determinanti per il successo o meno di una scultura. Una forma dubbia potrà essere tenuta da parte e ripresa in seguito, con ripensamenti sui dettagli, ritocchi che ne correggeranno l’aspetto senza cancellare l’idea iniziale. A disegno completato si può passare il tutto al computer per rifiniture e calcoli, filtraggi, pulizie ed ambientazioni. È lecito ricorrere all’Intelligenza Artificiale, come supporto molto utile quando si vuole veder realizzata una forma plastica, magari in metallo, in marmo, in resina ecc.: un formidabile strumento che accorcia i tempi e perfeziona l’idea dando anche suggerimenti alternativi.
Come raggiungo una nuova idea? L’isolamento personale da qualsiasi elemento di distrazione può facilitare la concentrazione: la mente cerca nella memoria forme già viste (un archivio enorme) e in contemporanea si pone un quesito, una situazione, una dinamica, una storia, un immaginario (figurativo o astratto); ne disegno per sommi capi alcune parti, in seguito qualche dettaglio, poi provo a collegarli. Nel fare ciò però scarto il già visto, il banale, il superato, punto su temi creativi, non necessariamente complessi, realizzabili. Spunta una soluzione, la abbozzo, analizzo la fattibilità, approfondisco l’aspetto e piano piano concretizzo la nuova forma. Lascio il disegno per un po’ di tempo, poi lo riprendo a mente fresca, lo riguardo, lo critico, lo ritocco, cancello, lo ridisegno, ricancello, lo curo nei dettagli; quando mi sembra convincente passo all’utilizzo delle penne biro, rosse e blu che mi obbligano a sbagliare poco, a non poter più cancellare; do luci e ombre col tratteggio, ottengo un corpo tridimensionale che poggia su un pavimento, una base, un piedistallo. Il momento creativo è solo iniziale, precedentemente o durante questo abbozzo, il momento più intenso, quando decido se avanzare o eliminare l’argomento perché non consistente. Tutto ciò che segue quel breve gesto è tecnica. Certamente di tale processo aggiungo idee di arricchimento ma il filo conduttore resta lo stesso. Tecnica è dare il segno grafico, è calcolare le proporzioni nei rapporti geometrici, i pesi visivi, gli equilibri. In seguito è anche riportare nel computer il risultato, ripulire il disegno, evidenziare qualcosa, cancellare altro, contrastare, colorare, …tutto ciò che necessita per condurlo all’esatta idea impressa nella mente. Il passo finale del processo è affidare all’Intelligenza Artificiale l’immagine e chiedere di mostrarla con un aspetto definitivo, tale da apparire già realizzato; spesso seguono alcune correzioni sul risultato virtuale ma di certo alla fine ottengo un risultato stupefacente.
Stampo su carta fotografica la scultura disegnata affinché possa procedere alla sua realizzazione vera. Avrò tutti i dati per costruire ogni passaggio, dall’armatura alla modellazione in creta; in seguito ai calchi in gesso e alle forme in gomma. Queste destinate alla trasmutazione in resina o alla fonderia per tradurla in bronzo. Diversamente col marmo è sufficiente portare in laboratorio la scultura in gesso. Situazione simile avviene se scelgo di costruire una forma in creta destinata ai forni per la terracotta. A lavoro ultimato e ritirato posso finalmente apprezzarne il risultato: in quel momento avviene nel mio animo ciò che somiglia molto alla felicità; è come aver vinto una gara, come aver raggiunto un’ambita meta, è sentirmi compiaciuto, orgoglioso, in grado di complimentarmi con me stesso. Non credo che tale emozione possa scaturire in chi ha preparato ed esposto un lavoro di arte contemporanea, un’installazione o simili. Mancano i retroscena preparatori, gli studi, i disegni, le fatiche; un’opera destinata a durare all’infinito può consegnare le vere emozioni, prima all’autore, poi al visitatore. La personalità, lo stile che fa riconoscere l’artista (prima di leggerne la firma) è sempre il miglior modo di lavorare, il marchio di fabbrica, il suo biglietto da visita.